Tra tensioni e dubbi, "an Happy Place"
21 Apr 2020

di Mavis Muwanga, educatrice presso la comunità diurna parsifal e la comunità residenziale Indipendenti

L’anno nuovo è iniziato da tre mesi e l’astrologo Paolo Fox aveva detto che sarebbe stato un bell’anno, pieno di fortuna, amore e tanta salute! Forse più di qualcuno avrebbe da ridire, ma noi, mio marito ed io, abbiamo la fortuna di essere ancora vivi, sotto lo stesso tetto, con tanto amore da darci a vicenda e, al momento, siamo pieni di salute, anche se ci ritroviamo davanti a un grande problema per l’umanità: sopravvivere a questa pandemia chiamata coronavirus.

Molti dicono che stiamo vivendo una guerra contro una cosa invisibile, guerra molto più difficile perché non si conosce il nemico.

A differenza di tante altre persone, io mi sento fortunata perché, anche se non posso vedere i miei genitori, ho mio marito che sta vivendo con me tutto questo. Ho un sostegno nel vivere questa situazione difficile, con lui trovo la forza per andare avanti, nonostante la paura sia costante.

Lavoriamo entrambi per Energie Sociali, nel settore Educare, ma in due progetti diversi e in questo periodo per far fronte all’emergenza abbiamo dovuto cercare nuove strategie per conciliare la vita coniugale con quella professionale.

La prima settimana è stata di confusione, un po' come quando il cervello, di fronte a un pericolo, deve scegliere cosa fare, se rimanere o scappare. C'erano molte informazioni incerte che giravano tra televisione, radio, colleghi e amici, generando ansia generale. Si vociferava dell'arrivo di qualcosa di pericoloso, ma il quando e il come non erano ancora ben noti e in tutto questo c'era la speranza che fossero tutte chiacchiere. Inevitabilmente a casa ci siamo trovati a doverci confrontare sull'argomento; io un po' in allerta, mio marito raccogliendo informazioni.

La seconda settimana, anche se le scuole erano chiuse, non c'era ancora una vera e propria coscienza da parte delle persone, sembrava di essere ancora in una situazione normale. Al lavoro i ragazzi (senza ancora indicazioni certe) potevano uscire liberamente e rientrare  con la possibilità di essere stati contagiati oppure passare i virus tra di loro e agli educatori in turno. Anche se stavo molto attenta a seguire le prime indicazioni date dal ministero della salute, non era sufficiente per non essere un pericolo per me stessa, per colleghi, ragazzi della comunità o per la mia famiglia e questo mi creava una paura e preoccupazione costante.

A casa io e mio marito abbiamo avuto più tempo da passare insieme perché anche il calcio, sia quello praticato che quello che guardato in televisione, era sospeso. Quindi nonostante l'ansia e le preoccupazioni, abbiamo goduto l'aspetto positivo di poter passare più tempo insieme e grazie al sostegno di mio marito ritornavo in turno rigenerata.

La terza settimana finalmente il governo era più chiaro e coerente con misure cautelari per tutelare tutti, almeno nel suo intento. I ragazzi in comunità non ritenevano più così lontano il pericolo da loro quindi hanno collaborato di più, chi prima, chi dopo. Tutti noi, nel nostro piccolo, siamo stati chiamati alla responsabilità, per uscire al più presto da questa pandemia.

Passati i 14 giorni d’attesa finalmente scopriamo che al quindicesimo giorno per fortuna i nostri ragazzi sono tutti sani: la paura è passata … Ma non riusciamo a gioire del tutto, perché pensiamo che ora possiamo essere noi a contagiarli e non per nostra volontà, ma per lavoro.

Il nostro è considerato tra i lavori indispensabili in questo periodo così difficile e, se da un lato ci rende ancor più fieri della nostra professione, dall'altro c'è la preoccupazione costante e reale di poter fare del male alle persone che vorremmo invece aiutare. Se è vero che “da grandi poteri derivano grandi responsabilità”, noi siamo chiamati al grosso compito di seguire le regole e farle rispettare ai nostri ragazzi.

Il fatto di avere turni lavorativi così diversi, e che questi vengano spesso cambiati per necessità di servizio in un periodo del genere, non aiuta il nostro rapporto coniugale, però capiamo la situazione e “stringiamo i denti”, perché ci piace il lavoro che facciamo e inoltre pensiamo che c’è chi è messo peggio di noi. Molte coppie scopriamo non reggono una così lunga convivenza. Per una coppia neo sposata come noi, restare a casa in quarantena sarebbe una seconda “luna di miele”, però le necessità lavorative hanno la priorità e poi sappiamo che a casa troviamo il nostro “happy place” che ci aiuta a rigenerarci.

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